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LA "MANO" DI PAT METHENY
Certo che allenarsi dodici ore al giorno con la chitarra potrebbe alla lunga tornare utile! Questa è la prima cosa che ti viene in mente quando ti capita di sentire qualche scatenato pezzo di Pat Metheny. Io, da chitarrista praticante più o meno continuativamente da oltre trent'anni, comprendo all'istante, già dalle prime note, che una svisata alla Metheny non riuscirò mai a riprodurla. Nelle improvvisazioni, riesco abbastanza agevolmente a scimmiottare da Carlos Santana a Jimmy Page, da Eric Clapton a B.B. King. Non certo al cento per cento, questo no. In modo decente, tanto per capirci. I giri di note di Pat sono pressoche' unici, irripetibili, che poco hanno a che vedere con le basi del blues e che, spesso, cancellano anche i limiti, pur molto elastici, del jazz, anche più o meno free. Certo stiamo parlando di un altissimo livello tecnico, di una musica se vogliamo un po' cervellotica, che essa stessa vuole uscire dai canoni, esaltando l'improvvisazione e la diteggiatura a discapito dell'orecchiabilità e delle ricerca dei suoni. Quel registro dei suoni scelto di Pat, con riverbero fin troppo accentuato, con i toni cupi che prevaricano sia i medi che i secchi: già questo ci pone di fronte a qualcosa che sa di antico, il che fa contrasto nettissimo con le note riprodotte.

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