| E' ancora notte. Mio padre mi chiama scuotendomi appena. Stefano, andiamo, è ora. Mi alzo e mi vesto. Lui ha già bevuto il suo caffè, preparato le poche cose che ci occorrono e mi aspetta. "Vengo papà sono pronto". "Bene". La fiat 600 si avvia tossicchiando. Si parte. Destinazione Ponte Felice sulla Flaminia. Sotto, da sempre, scorre il Tevere. Al solito arriviamo troppo presto. Bisogna aspettare l'alba; anche se è estate fa ancora freddo al mattino. Andiamo. Il cielo si colora di rosa chiaro.
Il Tevere è lì, silenzioso e apparentemente immobile. Sale la nebbia dalle acque verdi, da una draga si sentono voci e rumori delle attività umane che incominciano. Papà pesca cavedani in corrente. A lui piace così, tante catture che si susseguono a ritmo costante. Io no. Io amo l'acqua ferma; quella piccola ansa guardata da due ciuffi di giunchi che emergono dall'acqua come due verdi capitelli. E' fra di loro che faccio passare il mio Bretton, una, dieci, mille volte al giorno. Sono paziente come un vecchio di 14 anni.
Tanto lo so che Lui è lì sotto, in agguato, fiero e solitario come un guerriero medioevale.
Tutto si ferma all'improvviso, compreso il mio cuore. E' Lui. La piccola canna di fibra di vetro piena si piega e il mio Mitchel 320 sibila. |