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| L'acqua stagnante del fiume, rotta solamente ogni tanto dalle bollate di qualche carpa, faceva appena capolino dalla nebbia mattutina, che anche oggi era presagio dell'opprimente calura di agosto. Per noi, nati e vissuti nella Pianura Padana, questa corsa al fiume alle prime luci dell'alba rappresentava quello che è per lo scalatore trovarsi all'alba sulla vetta del Monte Bianco. Non importava, allora, con qualche attrezzo avremmo pescato, ma la nostra vetta era semplicemente "essere lì". E nella quiete che solo lì si poteva provare, all'improvviso il grido di un ragazzo: "Zio, li hai presi?". La risposta arrivava puntuale e quasi sempre affermativa, ed aveva nel fanciullo lo stesso effetto che avrebbe avuto qualche anno dopo l'incontro con qualche bella ragazza. Ma quel giorno San Pietro era stato ancora più prodigo, ed il rampollo balzato dalla bicicletta corse verso lo zio a rotta di collo e, come sempre, appena individuato il retino di corda tenuto a riva dal classico pezzo di legno, lo issò a se con fatica per ammirarne bramoso il contenuto. Meraviglia! Era zeppo di tinche fantastiche che si erano radunate dove il rigagnolo di una marcita cadeva nel fiume, e la sua acqua più calda era un richiamo irresistibile per questi meravigliosi pesci. Gli occhi del ragazzo spalancati dallo stupore incontrarono quelli paterni dello zio, e parlavano da soli, sicché senza domanda alcuna egli rispose: "Oggi è proprio una gran bella caccia". Falsa modestia. |
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| Per lui era sempre la giornata giusta. Conoscitore di molte tecniche in modo più o meno buono, possedeva però quella dote senza la quale ogni pescatore è nullo: il senso dell'acqua. E la possedeva come nessuno. Classe 1924, nella sua disarmante tranquillità, una tempra come pochi, passò tutta la sua vita sull'acqua. Di poche parole, apriva il suo cuore come si apre uno scrigno di tesori preziosi a pochi, ed io con somma fortuna, ero tra questi eletti. Ne uscivano tra i consigli paterni, talune storie di pesca ai confini della realtà. In barca tutta la notte sul piccolo fiume, tirando all'alba le reti con 47 Kg. di persici, da vendere ai milanesi per comprarsi da mangiare, perché la guerra era appena finita. Oppure quella carpa nostrana di 10,2 Kg. presa con la bilancia dove nessuno aveva preso niente quel giorno. Ed i primi lucci presi col cucchiaino, quando negli anni '60 sul "suo" fiume nemmeno si sapeva cosa fossero i cucchiaini. Oggi abbiamo tutto per pescare, compresi i pesci nei posti giusti se non li sappiamo prendere come questi pionieri, ma molto difficilmente arriveremo a possedere quel "senso dell'acqua", quella calma interiore, quella passione ascetica, che ci farà pescare così. Grazie zio. Grazie a te sono un pescatore. Ogni volta che torno sul fiume c'è la nebbiolina, ci sono le bollate delle carpe, c'è la quiete che solo li si può provare. Manchi solo tu. Ma nelle mie orecchie e soprattutto nel mio cuore non mancherà mai quel grido di fanciullo che ancora echeggia sull'acqua: "Zio, li hai presi?" E sull'acqua incantata sembra ancora di udire la stessa risposta: "Sì". |
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