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Ho giusto un'oretta di tempo, non di più, per andare a pescare. Scarto il ledgering, troppo lungo preparare il posto di pesca, anche se la voglia è tanta, e piglio su la canna da spinning e lo zainetto con tutta la ferramenta e i pupazzetti finlandesi. Ticino, neanche a parlarne; Naviglio, non mi va. Vado al Gravellone, venti minuti e sono sul posto. Appena monto la canna mi accorgo della prima stupidaggine della giornata. Il mulinello ha su la bobina con lo 0.30, quella con lo 0.22 è restata a casa. Considerando che sono sul Gravellone per tentare i cavedani, e che avevo pensato di iniziare con un Rapala galleggiante 5 cm, mi incupisco - ma riesco a non abbattermi. Decido per un Martin Mosca da 9 gr. che mi ha fatto divertire quest'estate, proprio coi cavedani, sperando di guadagnare qualche metro di lancio. Se gli piaceva quest'estate, penso, gli piacerà anche d'inverno. Per il diametro del filo, me ne frego. Pescherò solo cavedani miopi. dopo venti minuti ho al mio attivo il primo cavedanello, peraltro sganciatosi all'ultimo momento. Roba piccola, una spanna appena. Poi un bel cavedano da mezzo chilo - siamo quasi all'ora del tramonto - attacca il mio rotante , e nel recupero si dirige verso una piccola insenatura erbosa. Tanto c'ho il trenta e me ne frego, e nonostante si sia inerbato lo tiro su quasi di peso. Il Gravellone ha perso almeno un metro da ieri, l'acqua è velata, ma non troppo scura, le rive sono fangose e sdrucciolevoli e non sempre ci si può scegliere la posizione più ergonomica per mettere i piedi, né fare movimenti troppo bruschi. Io poi ho le scarpe da tennis ... Un luccetto di trenta centimetri e anche meno, così a occhio, sbuca fuori quasi sotto i miei piedi e insegue il cucchiaino. L'artificiale è già praticamente fuori dall'acqua, dimodoché con un colpetto faccio appena in tempo a levarglielo dalla bocca. Ci vorrebbe un bel cavedanone, un testone da un chilo, prima che venga buio, così vado a casa contento. Il Martin sfarfalla controcorrente a cinque, sei metri da me, radendo la riva a mezzo metro dall'erba, quando una grossa ombra scura esce fuori da una tana e azzanna il cucchiaino. E' un luccio, ho visto la sagoma, impossibile sbagliarsi, e pure bello. Che culo, mi dico, c'ho il trenta. Lo lavoro bene, per un po'. Un tizio col cane, sull'altra riva mi guarda con commiserazione, crede che ho attaccato il fondo, poi vede l'acqua muoversi e il luccio si mostra a lui e al mondo. Cristo, è grosso.



                

Quando riesco a tirarlo vicino e mi appresto a spiaggiarlo posso fare una proporzione con l'impugnatura della canna. Tozzo e grosso, come a volte accade ai lucci di canale. Sessanta centimetri, stimo. Almeno, anzi sicuramente di più. E lui, come se capisse che sono distratto, riparte, La frizione è ben tarata, il filo è del diametro giusto e il piccolo cucchiaino, ho potuto vederlo bene, è ben piazzato tra mandibola e mascella, col filo ben lontano dai denti, se lo tengo dal lato giusto. Il che è più facile a dirsi che da farsi, ma finora mi è andata bene. Sento il tizio col cane che grida "bravo, bel bestione" poi lo sento correre dietro all'animale - quello con le zampe - che continua a scapicollarsi per la sua strada. Il luccio è stanco, io ho fatto tutto come si deve,e anche la fortuna è stata dalla mia. Ho la macchina digitale nello zaino, foto, e di nuovo in acqua, bello mio, questo penso. Ormai ce l'ho, ha la testa appoggiata sulla riva, è a un metro dalla mia mano, posso vedere bene i suoi denti quando apre la bocca, devo solo trovare il modo di posizionarmi bene per non scivolare in acqua mentre lo salpo. Il luccio fa un mezzo salto, come a mordersi la coda, praticamente metà sulla riva di erba fangosa e metà in acqua, il filo è teso e la canna è probabilmente piegata a U. Ho solo il tempo di pensare: "Ecco, adesso ha il filo in bocca", io sono immobile perché proprio non so come muovermi, non ho il guadino, non ho il cavetto, stavo andando a cavedani, c'ho il mio trenta e che Dio mi accompagni, lui dà una testata e "tic", se ne va.

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