Si parte. La strada che da Edolo scende dalla Valcamonica è quasi deserta, solo qualche furgoncino di artigiani scende verso le città. Prima sosta per un caffè, poi lasciamo la statale per iniziare ad inerpicarci su una strada che lascia il fondovalle e sale sui monti, in una direzione tra la Valtrompia e il Trentino. La strada sale, e più sale più si stringe. Fortunatamente incrociamo poche altre auto, perchè ad ogni incrocio bisogna fermarsi e fare attenzione, perchè in due non ci si passa. Ormai siamo in alto, anche la vegetazione è cambiata e i boschi di abeti hanno lasciato spazio alla flora di alta montagna, fatta di cespugli bassi e prati alpini. Siamo oltre i 2.200 metri di altitudine, l'unica costruzione qui è un radar Nato che controlla i cieli, e qui lasciamo l'asfalto per inoltrarci in una mulattiera sconnessa, scavata in costa, con il monte da un lato e lo strapiombo dall'altro. Dopo quasi 15 chilometri di percorso, durante i quali è stato necessario inserire più volte le ridotte del Land Rover, arriviamo finalmente ad un bivio: qui dobbiamo percorrere gli ultimi 500 metri, veramente i peggiori, per arrivare in uno spiazzo dove lasciare l'auto. Ci aspetta l'ultimo chilometro di sentiero da farsi a piedi, e finalmente arriviamo: un microscopico rifugio, e due laghi alpini spettacolari, belli da levare la parola, incastonati in una valle verde come nelle fiabe. Gestiti da sessant'anni dalla stessa famiglia, che assegna 200 quote ad altrettanti soci, e finite queste non ce ne sono più per nessuno. Ripopolati una volta all'anno con delle trotelle da 15 centimetri, che arrivano qui per il primo tratto con l'Unimog e poi con una teleferica appositamente costruita. E aperti ai soci esclusivamente dal primo di Luglio al quindici di Settembre.
Un posto talmente bello che, al ritorno, ci siamo riportati via persino i mozziconi delle sigarette perchè non si può avere il coraggio di sporcare un posto così......
Montiamo le canne, trecciato da combattimento, ondulanti massicci e via. Dopo una decina di lanci, una botta pazzesca:
la frizione inizia a cantare, per fortuna il fondo è in ghiaia, e dopo oltre dieci minuti di lotta la prima trota è fuori dall'acqua,
una fario di 2.900 grammi pesati e verificati. Le frattempo, anche i miei compari stanno facendo la loro parte, specialmente l'Umberto che, pescando con le camole del miele, ad un certo punto si trova a lottare con un mostro che, una volta salpato, risulterà essere oltre i quattro chili. Trote combattive in un modo pazzesco, oltretutto, paragonabili forse solo alle grande marmorate del Ticino o dell'Adda, tanto è vero che ne perdiamo diverse perchè riescono a liberarsi dall'artificiale con salti degni di un Black Bass, e che ci costringono a fare delle pause di riposo perchè abbiamo le braccia indolenzite.
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