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Venerdì 20 Agosto, ore 5.00 del mattino. L'alba sta spuntando, ma il passo dell Aprica è ancora immerso nel silenzio della notte. La temperatura è bassa, non siamo oltre i dieci gradi, ma io sto già scaldando il diesel della macchina perchè tra poco
arriveranno i miei compagni di pesca. Eccoli, infatti, prima arriva il Maurizio, varesotto trapiantato tra i monti della Valtellina, il tecnico della compagnia, sempre con canne e mulinelli in ordine, e subito dopo il Carlo, il matto della compagnia, con l'attrezzatura contenuta dei sacchetti della spesa e con un mazzo di canne legate con lo spago, ovviamente alla rinfusa, che, come previsto, ci costringe a perdere un quarto d'ora per riuscire a "fargli su" una canna ed un mulinello decenti e a cambiargli il filo in bobina. Per ultimo arriva l'Umberto, detto "Il Presidente", agile come un camoscio nonostante i suoi sessant'anni.


Si parte. La strada che da Edolo scende dalla Valcamonica è quasi deserta, solo qualche furgoncino di artigiani scende verso le città. Prima sosta per un caffè, poi lasciamo la statale per iniziare ad inerpicarci su una strada che lascia il fondovalle e sale sui monti, in una direzione tra la Valtrompia e il Trentino. La strada sale, e più sale più si stringe. Fortunatamente incrociamo poche altre auto, perchè ad ogni incrocio bisogna fermarsi e fare attenzione, perchè in due non ci si passa. Ormai siamo in alto, anche la vegetazione è cambiata e i boschi di abeti hanno lasciato spazio alla flora di alta montagna, fatta di cespugli bassi e prati alpini. Siamo oltre i 2.200 metri di altitudine, l'unica costruzione qui è un radar Nato che controlla i cieli, e qui lasciamo l'asfalto per inoltrarci in una mulattiera sconnessa, scavata in costa, con il monte da un lato e lo strapiombo dall'altro. Dopo quasi 15 chilometri di percorso, durante i quali è stato necessario inserire più volte le ridotte del Land Rover, arriviamo finalmente ad un bivio: qui dobbiamo percorrere gli ultimi 500 metri, veramente i peggiori, per arrivare in uno spiazzo dove lasciare l'auto. Ci aspetta l'ultimo chilometro di sentiero da farsi a piedi, e finalmente arriviamo: un microscopico rifugio, e due laghi alpini spettacolari, belli da levare la parola, incastonati in una valle verde come nelle fiabe. Gestiti da sessant'anni dalla stessa famiglia, che assegna 200 quote ad altrettanti soci, e finite queste non ce ne sono più per nessuno. Ripopolati una volta all'anno con delle trotelle da 15 centimetri, che arrivano qui per il primo tratto con l'Unimog e poi con una teleferica appositamente costruita. E aperti ai soci esclusivamente dal primo di Luglio al quindici di Settembre.
Un posto talmente bello che, al ritorno, ci siamo riportati via persino i mozziconi delle sigarette perchè non si può avere il coraggio di sporcare un posto così......
Montiamo le canne, trecciato da combattimento, ondulanti massicci e via. Dopo una decina di lanci, una botta pazzesca:
la frizione inizia a cantare, per fortuna il fondo è in ghiaia, e dopo oltre dieci minuti di lotta la prima trota è fuori dall'acqua, una fario di 2.900 grammi pesati e verificati. Le frattempo, anche i miei compari stanno facendo la loro parte, specialmente l'Umberto che, pescando con le camole del miele, ad un certo punto si trova a lottare con un mostro che, una volta salpato, risulterà essere oltre i quattro chili. Trote combattive in un modo pazzesco, oltretutto, paragonabili forse solo alle grande marmorate del Ticino o dell'Adda, tanto è vero che ne perdiamo diverse perchè riescono a liberarsi dall'artificiale con salti degni di un Black Bass, e che ci costringono a fare delle pause di riposo perchè abbiamo le braccia indolenzite.


E durante le pause non manchiamo di onorare i panini con lo speck e con la bresaola che ci siamo portati, accompagnandoli con dell'ottimo rosso valtellinese.
Ormai è pomeriggio avanzato, i cestini sono pieni perchè il no-kill non è consentito, la stanchezza si fa sentire, quindi ci rimettiamo in cammino verso la macchina, carichi di tutta la nostra attrezzatura e del nostro bottino: per quanto mi riguarda, quattro esemplari compresi tra i 2.500 e i 3.500 gr, e cinque esemplari intorno al chilo. Il sentiero fino all'auto sembra quasi divenuto più lungo che all'andata, l'altitudine non aiuta, specialmente il cittadino abituato alle Marlboro, il fiatone incombe, ma riusciamo ad arrivare. Si ricarica tutto per ritornare verso casa, ma la vallata ci ha riservato un ultimo regalo: su un solitario abete che svetta ad una ventina di metri da noi viene a posarsi un meraviglioso esemplare di falco pellegrino, che sembra sia venuto a vedere cosa ci fanno questi intrusi in un ambiente naturale che, senza dubbio, è più suo che nostro, e che putroppo decide di volare via, planando per la valle, prima che io riesca ad arrivare alla macchina fotografica...........

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