Il torrente: anima vitale di una terra arsa dalla calura mediterranea, spirito mobile che simboleggia il continuo divenire e l’incessante movimento di una natura mai stanca, sempre attiva; l’acqua sotto ai ponti continua incessantemente a passare, i massi che intralciano il suo corso non smettono mai di essere sferzati, le trote che lo popolano non smettono mai di agitare la loro coda per contrastarne la potenza, le lunghe braccia dei pioppi e dei rovi già pesanti di more selvatiche solleticano incessantemente la superficie, che passa veloce, disattenta, scorre via in un continuo mutare e modellarsi.
Creatura normalissima il torrente, simbolo più classico del mondo al di là dell’umana creazione, immagine di semplicità e di purezza primordiale dimenticata, poiché oramai non è l’uomo che si meraviglia di questo figlio dell’universo, ma è esso che si meraviglia dell’uomo; lo guarda dall’alto della sua maschera di vissuta senilità, segnata dall’epoca della terra che lo ha accompagnato fino ad oggi, facendo capire che non ha bisogno di sostegni, che nonostante la vecchiaia è ancora in grado di reggersi da solo sulle proprie gambe, al contrario dell’uomo che ha bisogno di lui per farlo.
Una vecchia e smaliziata fario abitava uno dei più remoti, ombrosi e malandrini angoli di questo torrente meridionale; con aria stizzosa nei confronti di tutto ciò che la circondava, passava le ore di luce piena rinchiusa in una gabbia di radici di salice sommerse da una lieve corrente di rientro verso il centro della buca, di un blu profondo, misterioso quanto il blu che sovrasta un abisso marino; lei era la regina, la più ricca e signorile, con un manto prezioso che ostentava di tanto in tanto alle altre trote dell’infrascato e rigoglioso torrente.
Era solita ogni tanto uscire allo scoperto nella piana luminosa qualche metro più a valle, placida acqua distesa su un materasso di fine sabbia dorata dal persistente sole estivo, lasciato passare dalle fronde guardiane di quel vergine luogo; ed è proprio in questa piana che soleva, in questi suoi estemporanei eccessi di magnanimità e modestia nei confronti delle altre trote, pinneggiare in compagnia di una fario molto più giovane di lei, i cui fianchi aveva ancora segnati dalle macchie verticali tipiche dei giovani esemplari e la quale con molta più rapidità, forse meno eleganza e delicatezza, scattava per bollare in superficie qualsiasi essere vivente vedesse passare, mal celando quella frenesia giovanile che accomuna ogni specie animale nel mondo;
Mentre la fariotta continuava a scattare in ogni direzione per acciuffare efemerotteri d’ogni dove, la vecchia fario se ne stava immobile all’ombra di un ramo basso sull’acqua osservando i movimenti della giovane:
- Non credi di essere un po’ troppo presuntuosa nel pretendere di aver già capito tutto del torrente? –
- Perché mai, vecchia ? –
- Pecchi di presunzione, peggiore dei difetti quando si è un animale come noi, fatto di vita selvaggia e mai facile… -
- Fatti da parte con i tuoi consigli, non vedi… è caduto poco distante un magnifico coleottero-
E planò quasi su quelle acque di vetro per raggiungere il boccone prima che la corrente lo potesse portare verso le trote della buca di valle.
- Fai male a fidarti così del tuo istinto, ormai hai qualche anno e avresti dovuto imparare che noi trote moriamo per esso, per l’ossequio che ad esso porgiamo in continuazione, e la nostra specie vi paga continuamente un pesante dazio …
- Invece di piantare le radici all’ombra sotto quel vecchio ramo perché non mi fai vedere di cosa sei capace? Vediamo se la tua scaltrezza di vecchia è paragonabile alla mia velocità…
E rapida come il soffio del vento si scagliò contro un nuovo insetto non troppo lontano…
- Aspetta, ferma! Cosa fai? -
La trotella esitò un secondo, per la prima volta nella sua vita ascoltò l’avvertimento ed un momento si arrestò prima di bollare su un insetto, lo osservò e notò una strana escrescenza ricurva che non aveva mai notato prima in un insetto del suo fiume: l’insetto lasciava una scia non naturale che seguiva la corrente avanti a lei, come se stesse immobile nello stesso punto nonostante lo scorrere delle linfe. Un luccichio di chissà che nuova varietà di legno o pietra si fece intravedere tra le rinvigorite spire di un rovo, luccichio strano, fastidioso per la trota di torrente abituata alle opache luminosità della natura che circonda la sua casa; d’improvviso l’insetto si risollevò dalla superficie pochi metri più a valle per poi ricadere qualche secondo dopo nuovamente al principio della silenziosa piana sabbiosa.
- ahahah… cosa te ne fai della velocità, se la sprechi inutilmente per soddisfare la tua stupida vanità?
- Cosa è successo? Perché non ti fai gli affari tuoi la prossima volta?
- Sei giovane e ancora non hai conosciuto tutti i guai che possono capitarci… se ci tieni alle tue pinne nuota più lentamente e pensa, ho già visto troppe trote uscire dal fiume e non rientrare più.
Ne aveva viste la vecchia trota in quei tanti anni trascorsi all’ombra della sua radice, più di ogni altra trota del torrente; anche se capitava di rado, sapeva che il peggiore dei guai tra quelle montagne strette e lontane dal mondo poteva venire solo da fuori, da quell’escrescenza a forma di uncino, da un ramo spezzato sulla sponda, da quel luccichio fastidioso e impercettibile tra i rami.
Capitò parecchio tempo prima alla vecchia fario, ma questa è una cosa che non ha mai raccontato a nessun’altra creatura del torrente, di essere attratta da uno di quei luccichii; non proveniva dai soliti rami del frassino sulla sponda, ma scivolava a favore di corrente seguendo una traiettoria regolare; tra tutte le anomalie quella era senza dubbio la più inconsueta, eppure lei non si sa perché né per come dopo un poderoso colpo di coda addentò inconsciamente la “creatura”; vinse la sua stessa naturale ed innata diffidenza, limite che a volte sembra essere invalicabile in una perfetta macchina creata dalla natura, ma che come ogni cosa al mondo ha un tallone d’Achille. La “creatura” metallica, strana, nemica si sganciò dalla mandibola della vecchia fario dopo un estenuante combattimento che la privò di energie per un po’… la corrente, seppur debole in quel tratto, la trascinò per qualche secondo verso valle facendola ruotare su se stessa due o tre volte, come un ramo caduto non oppone resistenza all’energia dell’acqua. C’era un uomo sulla sponda; un verso animalesco, un innaturale agitarsi di arbusti, grossi tonfi in acqua… i passi dell’uomo strapparono al letto del torrente grandi nubi di fanghiglia, adagiata sotto la sabbia, violando per un po’ quell’acqua così chiara e casta. L’uomo sembra divenuto Dio del torrente, cavalca le sue linfe, le attraversa, le sovrasta, prova a dominarle nel desiderio di appagare i suoi interessi, agguantare quella grossa trota esausta ora cullata dalle braccia di madre acqua. Ma l’uomo non riuscì nell’intento; madre acqua spinse la sua preziosa progenie nell’angusta e breve rapida più a valle, protetta da due grossi massi, facendola velocemente scivolare nella profonda buca che sarebbe divenuta la sua casa in futuro, tra quelle antiche radici di salice.
Passò molto tempo da quel singolare e pericoloso episodio, l’acqua continuò a passare per la stretta cascatella della buca, i grossi massi continuarono ad arroventarsi sotto il sole di agosto, le cicale continuarono nella loro monotona sinfonia, proveniente dalle vicine colline dorate macchiate dal verde di molti ulivi secolari; il torrente per molto tempo rimase sempre quello, ammantato nel suo incessante quanto immobile scorrere, incantato nell’equilibrio che da sempre lo ha contraddistinto e reso autonomo. Di tanto in tanto qualche raro pescatore continuò ad affacciarsi sulle sue striminzite sponde, rimanendo sempre affascinato dalla semplicità di questo ambiente paragonabile ad un fiore… splendido e sano fino a quando non viene toccato, ma che può affievolirsi per un nonnulla.
Ma un giorno qualcosa ruppe l’incanto; più a valle, il rombo satanico di grosse meccaniche creazioni umane fece ammutolire il gioioso recitare delle tortore, fece volar via le cicale dalle vicine colline di ulivi, coprì lo scoppiettante fruscio della cascatella. Tra l’erba secca dei vasti pendii dolcemente declinanti scivolò un odore insolito, presagio di un cambiamento imminente; di lì a poco gli strani luccichii, i fruscii, i rumori sulla sponda cominciarono ad essere di più; gli uomini iniziarono a depredare spesso con i loro infami cestini il popolo di trote native; già poche per la verità, perché la natura ha si dato alla luce questi piccoli gioielli, ma la grande mano della vita li ha solo sfiorati, donando pochi pesci, racchiudendoli in un fragile guscio facilmente intaccabile.
La vecchia fario continuava ad essere celata da quelle benevoli radici.
Continuava ad osservare le trote più piccole che attorno a lei tagliavano la corrente scivolando sinuose da un boccone all’altro. Ma gli uomini continuarono ad arrivare numerosi e vide in poco tempo uscire dal torrente molte altre trote; si abituò a quei nuovi rumori, movimenti, colori mai incontrati prima nel repertorio della natura attorno alla sua casa, capì che il male proveniva da questi e imparò a diffidarne per altri anni ancora. Questo provò ad insegnare alla giovane trota sua compagna di escursioni per la piana luminosa; ma fu troppo difficile:
- Guarda vecchia! Cibo facile!
- No! Guardati bene intorno! Non vedi che strani quei lucci…
Fu troppo tardi, un grasso verme di terra risvegliò il solito istinto della giovane trota, che mai fece più ritorno dalla vecchia fario; l’istinto non si può cancellare, il tempo può solo modificarlo; la vecchia trota aveva ormai imparato a conoscere il suo istinto, lo aveva domato, ma non avrebbe mai potuto farlo scomparire nel nulla… come poteva pretendere di controllare quello di un'altra creatura del torrente?
Di lì a poco la vecchia fario rimase sola, gli strani rumori continuavano a impestare l’aria di tanto in tanto, rimbombando nella vallata; una diga stava per essere costruita più a valle dal genio umano, già accompagnata da una nuova strada che permetteva un comodo accesso a quel torrente, un tempo vergine, ora malamente costretto a prostituirsi. I pescatori, ormai avendo rubato giorno dopo giorno, mese dopo mese tutte le fario un tempo abbondanti, si fecero nuovamente rari, lasciando il posto ogni tanto ad un onda di chissà che mortale veleno, vomitata nelle acque da qualche bestia fuori dai parametri minimi di dignità per essere considerata uomo, nell’insano desiderio di far proprio tutto quanto ancora non lo fosse.
Ma la vecchia fario continuò imperterrita a resistere, in contrasto con un mondo a lei ostile, con una natura che stava involontariamente rinnegando i suoi figli, o per lo meno era costretta a farlo; continuò per altre stagioni intere ad abitare quella maledetta buca, quando la neve ovattava i docili pendii nascondendo il torrente, così come quando il sole ritornava a sputare i suoi raggi bollenti sui massi , rendendoli di fuoco.
- Perché sono ancora qui? Cosa ci faccio sola in questo posto? Ormai mi sento inutile…
La vecchia fario, diventata enorme e logorata dalla vecchiaia, negli ultimi giorni della sua magnifica e infelice vita non riuscì nemmeno a muoversi dal suo rifugio per bollare sui tricotteri delle ultime schiuse autunnali. Rimase immobile al suo posto fino alla fine, fiera, sferzando ogni tanto le acque con le sue larghe pinne per mantenersi in assetto, non concedendo nulla alla corrente, da sempre sua benevola antagonista. I primi nuovi fiocchi di neve iniziarono a cadere lievi tutt’intorno, posandosi su ciò che rimaneva di una vegetazione e di una natura ormai morta, invernale; se si ascolta bene si riesce a sentire il suono che fanno quei piccoli freschi fiocchi di neve quando si posano sui vecchi tronchi, sull’erba bianca di brina, sulle pietre delle sponde: un suono ovattato uguale al silenzio, lo stesso perpetuo silenzio che accompagnò gli ultimi istanti di vita della fario, giunta per natura alla fine del suo percorso. Scivolò via dalla gabbia di radici di salice, abbracciata dalla corrente alla quale per la prima volta non oppose alcuna resistenza, affidandole le sue carni oramai impotenti. Il torrente continuò a prendersi cura di lei ancora per un po’ accompagnandola in un lento e inesorabile tragitto verso valle, quasi come si trattasse di un ultimo saluto proveniente da tutto ciò che l’aveva protetta per tutti quegli anni, preservandone la vita. Dal silenzio, attraverso il silenzio, verso il silenzio…
Più a valle le macchine portate dall’uomo lavoravano nel torrente, contro le quali le acque s’infrangevano variando il proprio corso; un tonfo sordo destò l’attenzione dell’operaio: questa volta oltre alla chiara sabbia, vi era nella grossa pala manovrata dall’uomo il cadavere di una vecchia trota fario, alla cui lunga e difficile vita la natura aveva deciso di porre finalmente fine; l’operaio scese dalla macchina, guardò quella scura e inerme sagoma e una lacrima solcò il suo stanco volto, poiché si rammentò di quando quella vecchia testarda fario abboccò al suo cucchiaino, una volta, tanto tempo prima…
E ora fu lui a chiedersi cosa ci faceva lì, e a sentirsi infinitamente piccolo e inutile. |