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Amarcord
Michele Raspa

La prima goccia mi cade sul naso,mi sveglia dal torpore,mi rapisce da un sogno che non avrei voluto abbandonare.
Trainare a volte diventa monotono,nelle traversate tra sponda e sponda spesso finisce che pensi ad altro.
La treccia si inumidisce,le mani mi si raffreddano e il lento ticchettio delle gocce sulla giacca tecnica pian piano mi riportano dove i miei sogni vogliono andare.
E' come se avessi l'orobilogio di Saltatempo...

Il sole,l'acqua fresca sulle ginocchia sbucciate,il torrente sotto casa di mia nonna.
Estate.
I suoi colori,i suoi profumi,con quell'odore di sterpi bruciati dal sole che ti pizzica il naso.
I piedi doloranti sotto il morso dei ciottoli,le gambe sferzate dalle ortiche.
Estate.
Ogni giorno sul torrente, al fresco sotto l'ombra degli alberi, al sicuro sotto il braccio di mio padre che non mi faceva cadere.
A pesca,ma non a pescare.
Imparare con gli occhi,prima che con la canna in mano,a leggere le correnti,a sondare le buche,a pennellare i corridoi tra le rocce,a lanciare tra gli alberi e sotto di essi. In silenzio. Fermo,ad osservare i movimenti di mio padre,che di lì a poco avrei dovuto ripetere con le mie mani.
Difficile dire cosa provai quando quel braccio forte,al quale mi aggrappavo, mi porse la canna in due pezzi col mepps del 2, perché tante emozioni così,tutte insieme,ti stravolgono dentro.


Forse per quello sbagliai il primo lancio,anche il secondo e pure il terzo. Ricordo però che al quarto centrai la schiuma della cascata, bastò mettere il filo in tensione per avere la mia prima trota a spinning in canna. Riuscii a vincerla,mi sembrava enorme,ma era solo sui trenta centimetri : niente in confronto a quelle da cinquanta ed oltre che vedevo a volte uscire tra mille spruzzi,attaccate alla lenza di mio padre.
Ma era la mia prima e con un'esca artificiale, sintomo di una malattia e di un tormento che mi porto addosso da oltre vent'anni : è cambiato,così come anch'io sono cambiato, ha preso strade che non portano più alle sponde del torrente,ma alle rive di un lago o di un grande fiume.
La matrice però è rimasta intatta.
Anche il sorriso di mio padre era diverso : più solare,più disteso,e non riuscivo a crederci allora. Lo avrei capito solo molti anni dopo,cosa volesse dire. Nel ritorno a casa,ebbro di gioia,non so quante volte rischiai di cadere,ma il suo braccio era sempre lì pronto ad afferrarmi , un attimo prima che toccassi il suolo.
”Babbo,aiutami,si scivola”, era la mia cantilena....”vieni,ti aiuto io,sennò cadi...”

La sponda è vicina,l'esca che gratta sul fondo mi strattona il braccio e mi richiama alla realtà. Recupero e tiro su tutto,per oggi può bastare,dico. Lui mi guarda e sorride dalla barba canuta, io lo rivedo come vent'anni fa, più magro e coi capelli neri, quando ancora non usavo i trecciati e i mulinelli da casting, quando mi insegnava in silenzio cosa fare e cosa non fare, quando mi sorrideva, quando forse la semplicità era tutto ciò che ti serviva e anche tutto ciò che ti potevi permettere...che vi potevate permettere.
La sponda è in salita,la pioggia l'ha resa bagnata e vado a prua a legare la cima d'ormeggio ad un albero per poter scendere.
Dietro di me,come da un sogno,arriva una voce : “Michele,aiutami,si scivola”. Gli porgo il mio braccio,che adesso è più forte del suo,e con voce rotta gli dico “vieni,ti aiuto io,sennò cadi” .
Lo guardo e mi guarda,ma non può vederli,confusi con la pioggia sul mio volto,i due rivoli bagnati che dagli occhi mi scendono sulle guance.


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