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Una domenica mattina un po' uggiosa d'inverno, la voglia di starsene a letto è tanta, ma anche quella di farsi una scarpinata con un mucchio di artificiali in tasca, una canna in mano e una fotocamera digitale nello zaino non è male. Mi devo incontrare con l'amico Luca, per fare una delle ultime battute al luccio prima della chiusura, in posti sul Ticino, tra Pavia e Bereguardo, sondando lanche, morte sotto le prismate, sbocchi di piccoli ruscelli. Ci sarà da camminare parecchio. Infatti, camminiamo da dieci minuti e il fiume è ancora lontano, si parla di pesca, non solo di spinning, di quello che si vuol fare, dei posti e delle prede da insidiare coll'arrivo della bella stagione, di canne, di artificiali, fin quando Luca mi dice che ecco, siamo arrivati, possiamo provare qui. Io mi sono già perso, se dovessi tornare alla macchina da solo ci metterei tutta la mattina, ma Luca mi distoglie da questo pensiero inconcludente dicendomi che proprio qui sotto c'è un luccio, non enorme, sarà tre, quattro chili al massimo, che gli è già scappato un paio di volte: insegue l'artificiale, ti guarda in faccia, gira la coda e se ne va. Mi dice: " Dai, prova, devi lanciare dopo quel tronco sommerso, la sua tana è proprio lì sotto." Io declino, preferisco mettermi alla macchina fotografica, ho portato una canna un po' troppo morbida per cavar lucci da sotto i tronchi, e lui comincia a lanciare. Mentre traffico con la digitale lo sento: "Eccolo qui!". È veramente un bel luccio, sicuramente più di tre chili, incazzato col mondo e con Luca che finalmente l'ha fatto fesso. Più vicino ai quattro chili che ai tre, dopo un breve ma intenso combattimento Luca lo porta a riva con l'apparente facilità del pescatore esperto. Io, intento a far foto, mi dimentico di avere nello zaino metro e bilancia, così lo slamiamo con cura e il luccio torna nel suo ambiente. Prendo il cellulare e chiamo Roberto " E uno, secondo me è quattro chili, così impari a stare a letto!" Fra pescatori non esiste la pietà.


"Adesso andiamo in una bella lanca" mi dice Luca, e durante la strada mi mostra postazioni, mi racconta come qui, d'estate sia pieno di aspi, laggiù si prendono bei cavedani e là sotto a ledgering è l'ideale. Sono i suoi posti, difficili da raggiungere, splendidi da vedere, pochissimo frequentati. Arriviamo alla lanca, un posto difficile, ci graffiamo le mani fra i rovi, continuiamo a rimanere impigliati mentre scendiamo in un vecchissima prismata ormai completamente ricoperta di vegetazione. Lo spazio è poco, appena sufficiente per lanciare in due, così ancora una volta volentieri mi faccio da parte e osservo. Terzo lancio, "C'è" dice Luca. Io guardo la canna e dico: "Dev'essere grosso". Luca dice che no, è piccolo, più piccolo di quello di prima, lo sente. Io guardo l'acqua, che non si increspa e spruzza, ma si muove in onde ampie e maestose, da sottomarino in emersione. Insisto:"Luca, è grosso!", ma no, non lo convinco, io lo sento, mi dice, è piccolo. Allora mi convinco io e lo guardo macinare sul mulinello come se tirasse a riva un sacchetto di plastica. Arriva sotto di noi e la prima cosa che si vede è il Rapala Magnum snodato bianco e rosso, poi, osservando meglio si vede la bocca. Io resto senza parole, ma quello che penso lo dice Luca: "Cazzo, è grosso!" Immediatamente il luccio gira la coda e se ne va, Luca con l'antiritorno aperto lo asseconda, lasciandogli filo ma impedendogli di infrattarsi nei numerosi ostacoli del sottoriva. Prima punta a sinistra, dove una pianta immerge in acqua i suai rami, poi dall'altra parte, dove ci sono dei tronchi sommersi che lasciano spuntare dall'acqua minacciosi mozziconi di rami.


Il luccione, che appena allamato aveva fatto il morto fino a due metri dalla riva, adesso fa il diavolo a quattro, piega la canna fino al manico e quando sale a galla solleva schizzi che arrivano fino a noi. Luca sa che non può concedrgli troppo, non può rischiare che finalmente il luccio trovi qualche posto, qualche tronco o roccia a cui appoggiarsi o sotto cui rifugiarsi e che farebbe rompere il pur robusto trecciato lasciandolo con l'articiale in bocca, probabilmente condannandolo a morte, e allora comincia a forzarlo verso riva. Ci riesce al primo tentativo; lo afferra con decisione dietro le branchie e lo porta a terra, deponendolo sull'erba bagnata. Lo osserviamo, lo valutiamo sui sei chili, dimentichiamo ancora una volta metro e bilancia e lo slamiamo, con cura; constatiamo che ha una leggera abrasione in testa, dovuta forse al trecciato, forse ad un suo tentativo di intanarsi - o magari noi non c'entriamo per niente, chissà come se l'è procurata - ma non sanguina, e così Luca lo depone dolcemente in acqua dicendogli "Beh, vai". Poi resta un attimo a guardare l'acqua, raccoglie la canna, si gira verso di me e mi dice "Dai, andiamo anche noi".

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