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Le “aluzze” di Porto Tusa
Mario Narducci

Uno degli aspetti più strani e intriganti dell’anomalo funzionamento della mente di una persona in apparenza normale ma che poi a un certo momento si trasforma in lanciatore (ebbene sì, sto parlando di me stesso) è di quali e quanti artificiali si senta il bisogno patologico di possedere e di quanto pochi in realtà si utilizzino davvero con successo. In effetti già ci sarebbe da chiedersi cosa possa spingere un assennato e magari esperto pescatore a rifiutare con nettezza l’impiego delle tante esche “naturali” disponibili, cui si sa in partenza che svariate specie ittiche non rifiuterebbero mai di abboccare, per andare pervicacemente a tentare di rendere “vivi” strani pezzetti di materiale inerte (poco importa che sia metallo, legno, plastica o resina) che più falsi non potrebbero essere.


Eppure tutto ciò non basta, occorre anche aggiungere l’insana propensione di molti di questi soggetti a illudersi di aver trovato in un apparente innovativo artificiale (di veramente tali ce ne sono molto pochi in verità) l’esca “magica” in grado di rendere per se stessa irresistibile e persuasiva la propria azione agli occhi di pesci che hanno dalla loro parte milioni di anni di affinato e infallibile istinto. No, l’eterna sfida col predatore di turno la si vince o perde per minor parte grazie alla corretta scelta dell’artificiale del momento (che certo non guasta) ma in maniera preponderante con la capacità di farlo funzionare in cento modi differenti fino a trovare quello giusto sul momento e la testardaggine di non mollare mai nel tentativo fino a trovare il momento di “debolezza” dell’avversario prescelto (in verità ci sarebbe ancora l’esperienza interiorizzata, meglio nota come “senso dell’acqua”, ma non complichiamo troppo il discorso).


La vicenda che vi voglio raccontare vuole perciò essere in primo luogo un omaggio a quanti di noi, spinningofili senza speranza di ritorno, hanno trovato il coraggio e la voglia di non seguire le mode del momento, bensì si sono concentrati sulle acque da loro frequentate, sulle abitudini dei pesci che le popolano e quindi sull’uso migliore degli artificiali ritenuti adatti, conseguendo –guarda caso- risultati molto più costanti, se non talora eccezionali. In secondo luogo l’omaggio si vuole estendere a un’esca in apparenza semplice e quasi umile, che però moltissimi del Forum Cazzola –me compreso- apprezzano e impiegano in mille occasioni diverse, spesso con grande soddisfazione: il “Tranviere”, noto lipless artigianale italiano dal complesso volto e variegato campo di utilizzo, che come vedremo non appare ancora del tutto esplorato. La mia storia comincia ancora una volta dalle acque siciliane, esplorate con l’indispensabile aiuto dell’amico Francesco Li Bianchi, socio dello SCI Sicilia e ottima guida di pesca del sito www.sicilianord.com Quest’anno dopo interessanti catture di bass negli invasi interni e di iridee, ormai divenute selvagge in alcuni torrenti la cui l’originaria popolazione di macrostigma si è purtroppo estinta, con gli amici Cesare, Giovanni e Maurizio ci siamo concentrati sullo spinning marino, branca come noto non scontata del panorama piscatorio nazionale. Francesco, nonostante le sfavorevoli condizioni climatiche caratterizzate da clima bello stabile, temperature torride e assenza di mareggiate, aveva cercato di assecondare le nostre pretenziose richieste accompagnandoci in alcune sessioni notturne rivolte alla spigola, rivelatesi come prevedibile infruttuose.


Era stato nel corso di una di esse che scambiando le proverbiali quattro chiacchiere con un pescatore locale, intento a insidiare occhiate col bigattino, era per la prima volta risuonato nel buio dell’oscura notte isolana il termine “aluzze”: “Pescate a spinning? Niente da fare stasera, non è mare…ma perché non provate le aluzze all’alba dal molo qui vicino?”. Alla frase pronunciata in idioma spiccatamente siculo aveva fatto seguito la conseguente richiesta di spiegazione nel più mascherato possibile accento milanese: “Mi scusi la banalità della domanda, ma cosa sarebbero le “aluzze”?”. “Ma sì, le aluzze… come le chiamate voi sul continente? I lucci di mare!”. Al solo sentire la parola “luccio” Cesare –noto per la sua sviscerata e atavica passione per l’esocide- si era all’istante ringalluzzito, cancellando in un momento la stanchezza e lo scoramento dell’uscita. Detto fatto, l’alba del giorno successivo ci aveva trovati pronti sul molo indicato come proficuo con le migliori intenzioni di fare diretta conoscenza della nuova specie, che, pur di taglia più ridotta, avevamo chiarito essere imparentata col barracuda mediterraneo.


Ci eravamo però trovati di fronte a un imprevisto “problemino”: da dieci (!!!) minuti prima del nostro arrivo il mare, in precedenza piatto come una tavola a sentire la testimonianza di un collega che ci aveva anticipato, andava producendo sotto l’azione di un sempre più impetuoso vento di maestrale una serie subentrante di onde cattive e pericolose. In difficile equilibrio sull’orlo della banchina, io e Cesare ci eravamo molto sforzati di lanciare e tentare di recuperare alcuni dei molteplici minnow di cui eravamo forniti, ma la cruda verità era che man mano passava il tempo, si rendeva evidente l’impescabilità della posizione in quelle condizioni ostili. Tuttavia –forse per riconoscenza alla nostra testarda abnegazione- a un certo punto, proprio quando stavamo per gettare la spugna, Cesare concitato aveva richiamato la mia attenzione: “Mario, Mario, guarda…”. Sulle prime nell’aura opaca di quella difficile alba avevo fatto fatica a riconoscerlo, però facendo un poco di attenzione avevo potuto individuare appeso al filo della canna dell’amico l’inconfondibile sagoma di un pesce: “Ma come? L’hai preso?! Ce l’hai fatta?!”. “Certo, guarda tu stesso e sapessi poi che botta mi ha dato sulla canna …”. No, non poteva finire così, con il secco successo dell’amico e il cappotto per me… A quel punto ci eravamo fermati ad ammirare il per noi inedito aspetto del predatore: un corpo fusiforme da cui partivano una molteplice serie di corte pinne che rendevano in pieno ragione del curioso soprannome siciliano dato alla specie; l’occhio grande, quasi sproporzionato, per facilitare la visione notturna; l’ampia bocca con una ricca dentatura fra cui spiccavano da due lunghi denti superiori a incastro con uno inferiore, così da formare una micidiale pinzetta per le incaute prede ghermite.


Lasciato Cesare a godersi il meritato attimo di gloria, mi ero affrettato a riprendere l’azione di pesca proiettando un panciutello lipless giapponese di un improbabile colore giallo fluorescente, corredato però di una ampia dotazione di rattles interni cui affidavo le residue speranze di attirare l’attenzione di qualche pesce. Le onde nel frattempo si erano trasformate in cavalloni e il vento era divenuto tanto forte da condizionare distanza e precisione dei lanci che riuscivano a raggiungere l’acqua solo per la vastità stessa del mare. Recuperando in quelle condizioni, avevo a un tratto ricevuto la sensazione di un appesantimento della lenza. Incredulo mi ero limitato ad accelerare il recupero riuscendo a percepire di avere davvero in canna un pesce. Di lì a breve avrei però pagato la mancanza di una efficace ferrata con l’infelice sgancio dello stesso in prossimità della riva. Osservando deluso i segni dei dentini intorno all’ancoretta di pancia del minnow, non avevo potuto fare altro che sopportare la pungente ironia del mio compagno… Nei due giorni successivi (tanto era durato il vento di maestrale) mi ero accollato con pazienza le palesi manifestazioni di soddisfazione di Cesare che, girando il coltello nella piaga, proclamava a ogni occasione di pregustare il piacere di scrivere sul proprio taccuino segna-catture: “Primo pesce marino catturato: luccio di mare, mentre Mario pur avendone agganciato un altro, lo perdeva!”. Come Dio volle, alla fine il vento si era placato e –dato l’antefatto- tutti eravamo ansiosi di replicare l’uscita in condizioni che speravamo favorevoli. Anche Francesco, sbilanciandosi per una volta dal suo asettico ruolo di “guida”, si era lasciato andare a un programma ottimistico esteso all’intera giornata, sempre partendo dall’immancabile ricerca della spigola. Purtroppo il mare ci aveva voluto deludere ancora una volta: la “scaduta”, col suo sommovimento della spiaggia in grado di esporre anellidi e invertebrati vari all’ingordigia dei pesci “foraggio” innescando una euforia alimentare che poteva estendersi ai predatori, si era esaurita in tempi inferiori al previsto, lasciando le acque antistanti l’arenile troppo trasparenti e perciò improduttive.


Nonostante il generale impegno, non eravamo riusciti ad andare oltre l’inseguimento di qualche aguglia nemmeno interessante e anche l’intermezzo di un pazzo tentativo in una vasta area portuale commerciale aveva solo fruttato l’abbocco al piccolo e compatto ondulante di Francesco di una micro-occhiata e di una ricciola sauro, altrimenti detta ricciola bastarda, un carangide di media taglia originario delle coste del Nord Africa e che con la tropicalizzazione del Mediterraneo va estendendo al pari di altre specie il proprio areale di diffusione. A un certo punto, valutando la necessità di dover coniugare in quella situazione lunghe proiezioni verso il mare aperto con recuperi blandamente jerkati veloci, se non velocissimi, Francesco stesso mi aveva suggerito di insistere con un artificiale sul tipo dei lipless artigianali che gli avevo dato in prova l’anno precedente. Sommando l’invito al ricordo di un trascorso colloquio col grande Sheefish (ma sì, Carlo Terenghi) sull’efficacia di quell’esca in acque salse, non avevo avuto dubbi: l’avrei utilizzata fino a fine giornata, profittando –fra l’altro- della nuova versione di 7 centimetri ulteriormente appesantita fino a 24 grammi.


Frattanto il nostro circa improduttivo girovagare stava avviandosi al termine. Avevamo infatti raggiunto l’ultima meta: la spiaggia di una località turistica al confine di un minuscolo porticciolo di pescatori, dove avremmo potuto finalmente insidiare gli agognati lucci di mare. Centellinando una granita, riposavamo all’ombra attendendo pazienti l’allontanamento degli ultimi bagnanti dal bagnasciuga. Di lì a poco Francesco aveva dato il via alle danze proiettando il consueto ondulantino nei pressi di una prismata posta al limitare fra porto e spiaggia, cogliendo quasi subito una prima cattura, presto rilasciata. Sapendo dell’attitudine della specie a radunarsi un piccoli branchi avevamo insistito a lungo in zona ma la situazione pareva non volersi sbloccare. I pesci probabilmente stazionavano ancora su una secca situata al largo in attesa di portarsi poi in caccia verso riva. Occorreva dunque guadagnare le massime distanze possibili per tentare di raggiungerli, insistendo in particolare attorno alle boe, strutture sfruttate dai predatori per i propri agguati. Il lipless si stava rivelando prezioso allo scopo consentendo lanci inarrivabili e alla fine i risultati erano giunti: la prima “aluzza” si era fatta convincere dal movimento oscillatorio prodotto durante la discesa controllata dell’esca sotto una boa, seguita da un altro paio di esemplari abboccati alla lunga distanza. Avevo allora chiamato vicino a me Maurizio, cui avevo allungato un’esca analoga alla mia ma in una inedita colorazione.


Lui, per tutta risposta, non si era limitato a prendersela coi lucci di mare ma a un certo punto aveva agganciato pure una piccola cernia, suscitando la stupita reazione di Francesco (“Ma lo sai che c’è gente che dopo anni di spinning in mare non ne ha ancora agganciata una?”). Era stata poi la volta di Cesare che, per non smentire la sua fama di cacciatore di esocidi, aveva con caparbietà optato per l’utilizzo di un crank nei pressi del salto di profondità vicino alla riva. Aveva così catturato l’esemplare big della giornata, confermando la sua imbattibile propensione per il luccio… Solo Giovanni era rimasto fermo al palo, senza aver ancora raggiunto risultati concreti. Vincendo la sua ritrosia, lo avevo allora forzato a montare anche lui il magico lipless e mi ero unito agli amici in un canzonatorio coretto di incitazione: “Giovanni o ne prendi uno pure tu o stasera ti togliamo la birra e la pizza!”. La frase non aveva quasi terminato di aleggiare sull’acqua che Giovanni si era trovato la canna piegata, subito impegnato nel lungo recupero dell’ennesima aluzza, agganciata parecchio al largo.


Il tramonto ci aveva sorpresi ancora intenti negli ultimi lanci che però si erano fatti tranquilli, rilassati e senza pretesa: ormai l’ostica sfida col nuovo ambiente aveva trovato uno sbocco positivo. Seduti fra gli scogli a goderci il fascino del crepuscolo che insensibilmente sconfinava in una tiepida notte stellata, cullati dal dolce fragore delle onde che senza sosta trascinavano avanti e indietro la ghiaia della spiaggia, percepivamo fisicamente di essere riusciti a entrare in sintonia con quel mare che infine si era deciso a dischiuderci fino in fondo la sua infinita bellezza.
Mario Narducci
Cesare Lorandi
Giovanni Maffina
Maurizio Lozzi
Francesco Li Bianchi

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