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GARGARINZIA
Gianmichele Baroni (Bluedanger TSC)
L' invito arriva inaspettato e graditissimo: passare tre giorni in Austria, nelle riserve di Adriano Gargantini ed in compagnia del Boss. Uno spettacolo. Fedeli al detto " Natale con i tuoi, Pasqua a pescare trote in risorgiva" ci organizziamo. Micetto, malfidato come sempre, compra su E-Bay una cintura di castità per la sua ragazza, ottenendo così di farsela trombare dal ferramenta quattro ore dopo la sua partenza. Io, che son più fatalista, me ne frego e partiamo. Consci del fatto che la distanza più breve tra due punti è una retta, facciamo il tragitto Firenze- Carinzia passando da Pavia, allungando la strada di circa quattrocento chilometri all'andata e altrettanti al ritorno: ma per recuperare Roberto Cazzola si fa questo ed altro. Ci fermiamo in un autogrill, dove ci innamoriamo del berretto più bello del mondo (strass, cerchietti in ottone e pseudo turchesi su campo verde oliva) e ci mettiamo in marcia verso l' Aktiv Hotel. Sospettiamo vagamente che Roberto voglia portarci a funghi, visto che per tutta la Milano-Laghi ci va elencando seimila specie diverse. Quando arriva ad "Unicuum Montenegrus" cominciamo a sospettare che stia inventando deliberatamente, ma nessuno ha il coraggio di farglielo notare. Arriviamo all'hotel sorprendentemente in orario, e ci sistemiamo gli stomachini con un pranzetto veloce ed informale (otto etti a testa di salumi, trota affumicata, uova di condor in via di estinzione: a me è piaciuta molto la tigre artica). Subito a pesca, guidati da Alberto e Francesco, gli sfruttatissimi figli del patriarca. C'è da riabituarsi alla pesca leggera, per me e per il mio socio: cannette da trota, mulini duemilacinquecento, trecciatino del quindici per pescare in una risorgiva dalle acque trasparenti.
Pieni di boria, ci mettiamo a pescare alla carlona, parlando ad alta voce e senza comportarci da trotisti; convinti, inoltre, che in acque private e pescando su trote qualsiasi esca vada bene. Poveri cretini. I pesci sono smaliziati, non vogliono saperne di ferraglia e non siamo più in grado di lanciare ad una mano di rovescio. Così, i primi trecento metri di risorgiva regalano solo un paio di pescetti, più altre due belle fario sui trenta centimetri; bello, sì...ma si deve fare di più. Infatti, pian piano riprendiamo il polso.
Cominciamo a cambiare esche. Le trote vogliono crank e piccoli lipless...Meno male che siamo attrezzatissimi. Mi accorgo che la sensazione di riuscire a stoccare cinquanta esche in un gilet, dimenticata dopo anni di pesca al luccio e al siluro, costretti a portarsi interi campionari di esche dal peso medio di novanta grammi, è veramente bellissima.
I lanci si fanno via via più precisi, ci alterniamo le buche, stiamo lontani dalle rive e peschiamo a vista, scegliendo il nostro pesce. D' improvviso, gli attacchi delle fario vanno diradandosi; ma, guardando l'acqua con i Polaroid, vedo tre, quattro, cinque iridee in una lama d'acqua, sotto un ombrello di vegetazione. E nonostante le abbia viste troppo tardi, loro non vanno via. Vanno dai trenta ai quarantacinque centimetri, e perdo mezz'ora buona senza riuscire a portarne a riva una. Si comportano come delle pazze: arrivano a spostare il minnow con la bocca, lo attaccano senza aprire le fauci, lo ignorano solo per scattare all'ultimo momento. Sono alla disperazione e, mentre risalgo ancora un po' meditando l'uso del forcone, mi impongo di lanciare stando molto distante, in vista della piana successiva. Lancio il lipless con un rovescio dritto, che lo fa volare a trenta metri. Recupero veloce, a scatti, sotto il pelo dell' acqua. Ed è subito un onda dietro l'esca. Un inseguimento che sembra interminabile, da parte di un pesce che non posso vedere..Ma che non sembra piccolo. Venti centimetri prima della fine della lama, all'ultimo momento utile, abbocca. Ferro,e si sgancia subito. Bestemmio tantissimo, e ritento il lancio, centrando l'acqua per miracolo; la scena si ripete, solo che stavolta l'attacco è immediato. Ma ha comunque lo stesso esito. Recuperando l'esca, controllo l'amo (singolo, senza ardiglione: questa è la regola).Spuntato, addirittura piegato.
Lo sostituisco con uno nuovo e un po' più grande. Lancio. Scia a galla tipo squalo bianco, attacco devastante: è un'iridea imbufalita che combina un casino incredibile, e ci metto un po' a toccarla. Sarà un chilo e qualcosa, è argentea e perfettamente pinnata, piena di muscoli ed ha inghiottito il minnow. L'amo singolo ha trafitto le branchie, e per una ventina di minuti tento di riossigenarla inutilmente. Il pesce tira il calzino proprio mentre Roberto mi raggiunge, e lo fotografiamo per bene. Lui, il Boss, si è fatto un' incursione in solitaria nel tratto riservato alla mosca, usando un' attrezzatura fuori dal normale: una delle sue canne, un Abumatic risalente ai tempi della guerra di secessione, treccia dello 0,04 e mosconi in foam. Si è convinto che ci debba essere un sistema per lanciare mosche galleggianti con attrezzi da spinning, e ancora una volta ha avuto ragione: ha fregato tante grosse fario, usando la corrente ed un po' di mimetismo per ottimizzare al massimo i pochi metri di lancio concessi da attrezzature così esili. Una pesca che non fa per me, ma che abbiamo testato a fondo il giorno successivo e che si è rivelata semplicemente micidiale.
Micetto, nel frattempo, è andato avanti e ha stanato diverse belle fario col suo crank. Adesso si è incaponito di fregarne una con l'ondulante: ci riesce verso sera, alzando la media del gruppetto con una bella macchiona sui quaranta centimetri, allamata in una cascatella turbinosa. E, poichè i chilometri si fanno sentire, torniamo in albergo, dove una ditta di disinfestazioni è già stata ingaggiata per rimuovere miei waders in neoprene e neutralizzarne il contenuto. La Povera Signora Erika ci ammannisce sgomentevoli quantità di lasagne e certe milanesi da tre metri quadri l'una: e vino, per festeggiare il primo contatto con i pesci del luogo, ma soprattutto per far sbronzare il boss. Adriano non ci lascia mai soli, e non si cheta un secondo. Del resto, è piacevole ascoltarlo, dato che abbiamo tutti due passioni in comune: l'altra è la pesca.
Ci spiega le sue teorie su acque e pesci, da' dell'incosciente a Cristiano Cazzola, figlio di Roberto, per la sua abitudine di rilasciare anche gli ibridi di marmorata, che vanno ad intaccare il patrimonio genetico della grande trota del piano (eravamo così ammaliati dalla sua ars oratoria che ci siamo dimenticati di chiedergli perchè, allora , nel suo chalk stream vanno rilasciate anche le iridee ), ci parla per ore delle leggendarie Huco...E ci fa venire una gran voglia di tentare l'impresa. Una trota che quando è lunga un metro è ancora piccola è un pesce che bisogna provare a prendere, almeno una volta nella vita. La mattina del secondo giorno ci coglie ancora sbronzi, e ci sorprende col suo manto candido: ha nevicato, ed oggi ci aspetta un bianco pescare.
Torniamo in risorgiva, questa volta più preparati mentalmente, e decidiamo di seguire Roberto nei suoi tentativi di lancio con le mosche; la nottata ci ha portato consiglio, ed il trotista che è in noi torna a galla: riusciamo a lanciare precisi, a fare i rovesci stando accovacciati come Steffi Graff, peschiamo a vista scegliendo le trote più belle: non possiamo oltrepassare gli otto-dieci metri ogni lancio, e questo si dimostra subito un grande vantaggio. Ti fa prendere più pesce, perchè impedisce l'esecuzione dei lanci lunghi che bruciano gli spot: potendo lanciare a trenta metri, agganci la trotella a trenta metri; per recuperarla, fai scappare tutte quello che sono a cinque, dieci, quindici, venti e venticinque metri. Insomma, prendiamo tanto. Micetto riesce addirittura a prendere un temolo, e io lo invidierò e ammirerò a vita, per questo. Ritorno nel tratto delle riottose iridee, ma stavolta mi apposto come meglio mi riesce. La scena del giorno prima si ripete, ma dopo dieci minuti di tentativi snervanti riesco a prenderne una discreta, e sono pronta a spostarmi dove ieri ho preso quella bella.
Non faccio in tempo a cambiare esca che il Boss ci chiama: è attaccato ad un' altra arcobaleno che gli ha ghermito la mosca in foam ai margini di un correntone, e non ha intenzione di venire a riva. E col trecciatino dello 0,04 non si può certo forzare. Riesce a tenere questo salmoncino incazzato come un giaguaro, mentre io entro in acqua per salparla a mano; la trota è uno dei pesci più difficili da salpare senza guadino (o senza forcone), e devo toccarla per tre volte prima di riuscire, con un gesto disperato, a portarla sulla riva ripidissima. Roberto para i miei errori, ricordandoci così con chi abbiamo a che fare. E' un' iridea culturista, super pinnata, ed è quasi più gustosa in corrente che in forno con pomodorini e patate. Queste iridee mi stanno facendo ricredere: più difficili delle fario, più sportive, salterine all'inverosimile. Tutti, in gioventù, abbiamo avuto un flirt con le fario di riale; però, con l'aumentare dell'esperienza, ci si accorge che la trota fario è la fotomodella dei pesci: bella sì, ma stupida dura e viziatissima. Quando ti accorgi che le iridee trombano meglio, ti si apre un mondo a parte. Decidiamo di fare una pausa e di comprare un po' di ricordini da portare a casa: cioccolate ai vari gusti per le femmine, convinti che senza di noi soffrano di un enorme bisogno di affetto (illusi!), wurstel di Rottweiler, quattro confezioni di quel rafano assassino che mi fa andare ai matti, birre austriache che si rivelano uguali alle solite Moretti.
Tornando in pesca ci dividiamo e, armati di moschette, discendiamo con le palle in acqua il tratto da mosca. Prendiamo fario e, d'improvviso, dietro l'ennesimo salto d'acqua, ci appare il Gigante Verde. Ma non quello dei piselli in scatola: questa è la Drava, così grande che mette in soggezione e sulle prime sembra un lago. Restiamo ammutoliti a guardarla. O meglio, io resto ammutolito a guardarla: micetto, che è di animo plebeo ed arruffone, mi riferisce che " sembra il Bisenzio, solo un po' più grande e senza pantegane" e si mette a lanciare furiosamente l' Ardito. Io mi riposo sui sassi, e mi sento bene.. anche se manca qualcosa, a quest' esperienza austriaca. Qualcosa di bruno, verde e giallo. Qualcosa con i denti.
La sera, dopo esserci sbafati mezza dispensa, lisciamo vergognosamente Adriano affinchè ci porti su uno dei suoi laghi da lucci; e, approfittando del fatto che il giorno dopo due sub sarebbero scesi per fare un reportage fotografico del posto, il Garga accetta. Noi non stiamo nella pelle, visto che su quel lago che finisce in -au si favoleggiano catture di coccodrilli; l'acqua è freddissima senz'altro, e l'aria non scherza. Ma prepariamo le bacchette da luccio e la mattina siamo lì.
Il posto è una favola: acque verdi chiarissime, vegetazione, canneti e qualche buca verso il largo per un lago che, per quasi un settanta per cento della superficie, sarà profondo due metri e mezzo. Il primo a scappottare è Micetto, col jerk da battaglia della Nils. Il pesce è incazzato nero e coloratissimo, ma non è un bestione; Menomale che Michespin è un vero nano, e in mano a lui i pesci sembrano sempre più grossi. Un giorno farà carriera come giornalista di pesca, per questo suo vantaggio fisico. Io, che sono di un' infantilità estrema, mi metto a pescargli spalla a spalla, con la stessa esca. Ottengo quasi subito un inseguitore sui sessanta centimetri, che arriva a riva e se ne va. L'acqua è a sei gradi, ed è normale che non siano molto attivi: mangiano corto e poco convinti. Infatti, il jerk di Micetto provoca un' altra mangiata e poi più nulla. Mi sposto e cambio esca. un soft jerk della Cormoran, ottimo in questi casi perchè si può manovrare quasi da fermo e farlo stazionare nelle zone utili. Intuizione azzeccata: una botta forte e secca, come se qualcuno si fosse seduto sull'esca. E' sui settanta-qualcosa, ma sembra più grosso, all'inizio. Mi faccio fotografare dal Boss, mentre osservo i colori e la silhuette del pesce più bello del mondo e lo lascio andare.
Dopo aver cambiato collezioni intere di esche, ed aver ottenuto soltanto un inseguimento su di un bulldawg giallo, decidiamo di smettere. L'acqua è veramente gelida, e comunque abbiamo visto più pesce noi dei due sub, ormai semicongelati. Voci di corridoio mormorano che siano stati assorbiti dalla Findus, in seguito alla performance sul quel lago che finisce in -au. Intirrizziti ed un po' stanchi, accettiamo l'invito del boss a trasferisci in un sottobosco umido, disseminato di escrementi di mammiferi non identificati, per mettersi alla ricerca di una quantità almeno decente di una certa specie di funghetti il cui nome mi sono rifiutato eroicamente di memorizzare, aventi l'inquietante prerogativa di crescere intorno a pigne marce. Ti regalano l'impagabile sensazione di frugare tra stronzoli di cane vecchi, e sono così piccoli che l'impresa erculea di riempirne un cappello ti porta a procurarti problemi anche seri alle articolazioni del ginocchio, dopo due ore passate a pecorina nel sottobosco. Io, ovviamente, ne strappo mazzi interi, inquinando il raccolto con una quantità di aghi di pino,cartacce e palette della Coppa Oro Sammontana miste a sterco di scoiattolo. Micetto si finge entusiasta, io fingo un colpo di sonno, ma ciò non mi salva dall'opera improba della nettatura dei diabolici micro-funghi. Il risultato delle nostre fatiche si materializza in una frittatina di tre uova di numero divisa per sei persone e il totale raffreddamento dei nostri cannelloni, abbandonati in tavola per seguire la delicata fase di rovesciamento dell' omelette. Molto buona, c'è da dirlo...Ma continuo a preferire i cappotti e i raffreddori dovuti alla ricerca dei pesci. Sarà per un’altra vita, o per la prossima visita all' Aktiv Hotel: magari a settembre, quando spuntano miliardi di porcini grandi e grassi come assessori un po' in tutta la vallata. Il Garga ci mostra, infatti, il piano interrato dell'albergo, interamente a disposizione dei clienti che vogliano essiccare i funghi e miscelarne di commestibili e velenosi per il nobile scopo di avvelenare suocere e datori di lavoro.
La nostra Pasqua finisce così, con un' ultima cena in pieno stile biblico, il Boss e Adriano che prendono accordi per fondare l' Associazione Mimosa Rosa (da buone vittime della strapotenza femminile), Micetto che perde le chiavi della cintura di castità nell'unico tratto profondo della risorgiva. Il resto, compreso l'allucinate viaggio di rientro, è -come suol dirsi- storia recente. E un po' leggenda.
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