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Il viaggio di Ray continua...


Scusate il ritardo... sono passati un po' di mesi. E dorado 5?
Eccolo, fresco di scrittura.
E' un sabato piovoso e visto che non vado a pesca mi metto alla tastiera del PC, gironzolo con le dita intorno al mouse, cosa scrivo? Ho ben presente nella mia mente piacevoli ricordi, sembra facile ma non lo è.
Insomma, mi lancio e inizio l'ennesima telenovela sui dorado, con la speranza di non annoiarvi (per i ritardatari, andate a vedervi le altre puntate).
Dunque, dopo varie uscite con pescate di dorado dai 2 ai 10 kg, senza dilungarmi troppo vi racconto dell'ultima uscita, quella che mi ha regalato più emozioni.
Nei giorni antecedenti avevo sempre condiviso la barca con ''Juan Blasquez'', Argentino doc, tabagista più incallito del sottoscritto, bevitore e donnaiolo impenitente, grandissimo pescatore e cacciatore, grande amico, sicuramente personaggio da conoscere, dalle sfumature ironiche, baffi da marpione, simpaticissimo e uomo di gran cuore; abbiamo legato fin dall' inizio tante cose in comune, non ultima la passione per la pesca con gli artificiali.
L'ultima alba sul Rio Paranà.
Dopo giornate indimenticabili di pesca mi approssimo a salutare il fiume; è una sensazione strana, mi trovo in un paese lontano ma immenso, l'idea che tra pochi giorni mi ritroverò in Italia nel solito ingranaggio, mi rattrista. Unica consolazione il rivedere i miei cari dopo 15 giorni di latitanza.
Si sale in barca e a tutto motore risaliamo il fiume alla ricerca dei dorado, oramai a colpo d'occhio riconosco i punti migliori, il fondale con grosse rocce di natura basaltica, correnti da veloci a violente; decifri e leggi l'acqua, dove da un liscio veloce a monte, si frammenta a valle in correnti, con turbolenze e onde, è lo scalino che dalle piatte lame si getta in rapide, ambiente prediletto dal dorado.
Siamo in zona pesca, con un sapiente dosaggio dell'acceleratore manteniamo la posizione a monte della rapida, muovendoci lentamente in senso trasversale alla corrente.
Bisogna far lavorare l'artificiale sul fondo, in trazione con la corrente e colpi di canna, si sente distintamente il palettone dell'artificiale picchiare sui massi, brevi rilasci e recuperi, è un misto fra spinning e traina, si esplora il piede di terra, largo anche un paio di km. Quando il dorado addenta… ragazzi, ti strappa la canna di mano.


L'abboccata è potente, decisa e secca, d'obbligo una ferrata altrettanto potente, il maxillosus ha una bocca tosta, far penetrare l'ardiglione è indispensabile, spesso non si ha neanche il tempo di iniziare il recupero che il dorado è già in volo fuor d'acqua con salti da acrobata.
Seduto, mi rilasso, accendo una sigaretta e con lo sguardo rimango assorto sulla cassetta degli artificiali.
"Mojarra", "banana" verdi gialli neri, multicolori, la scelta è varia, ma so già cosa metterò alla lenza.
Un bel "Mojarra grande" verde, di 15 cm. e 45 gr. di peso, (è l'artificiale che mi ha regalato i dorado più belli), mi guardo intorno e non riesco a distaccarmi dal paesaggio che mi circonda, strano anche il cielo mi sembra più azzurro dell'azzurro. Così, perso nei miei pensieri, mi scuoto alla voce di Juan, "dorado dorado" e vedo a una trentina di metri il salto di un balenare giallo oro.
Juan, già con la canna in pesca e il pesce che tira mi guarda, "amigo" mi dice, come se volesse svegliarmi.
La guida lascia scendere la barca all'inseguimento, i salti e la sua terribile difesa sono uno spettacolo; cerco di scattare foto per immortalare un salto ma risulta difficile, la barca in movimento, in corrente proprio nel mezzo della rapida, rende il tutto pericoloso con il rischio di finire in acqua.
Juan ha un bel da fare e dopo un tempo indefinito salpa un bellissimo dorado sulle 25 libre.
Mi sorride soddisfatto strizzando l'occhio, si accende una sigaretta, mi fa cenno mimando un lancio, come dire "Vai Ray, il Paranà è tutto tuo".
Non abbiamo bisogno di molte parole per capirci, monto l'artificiale e lancio, sono teso come la corda di un violino, percepisco ogni movimento del mio "Mojarra", mi sembra di essere lì, sott'acqua e lo vedo con l'immaginazione saettare con giochi di luce, sbattere sul fondo e rialzarsi al rilascio della lenza, accattivante ed alettante, come una gazzella ferita, pronta ad essere assalita da una tigre feroce.
E la tigre del Paranà non si fa attendere, come un sesto senso, sento la botta quasi in anticipo, come se l'avessi chiamato, distinta e potente, secca e decisa. Ferro una, due, tre volte, Juan si volta e urla "lindo"(bello).
Salta, vola fuori dall'acqua, poi parte verso il fondo a gran velocità, facendo sfrizionare, si vede la lenza tagliare l'acqua, risalire in superficie spandendo goccioline nebulizzate dalla velocità come ad avvisarti dell'ennesimo salto, è sempre uno scenario impressionante, il pesce mi sembra sempre più enorme, con i suoi riflessi giallo splendenti.
Altri, due, tre, salti, come lo avvicino alla barca riparte e si prende una ventina di metri, si ricomincia il recupero, la scena si ripete varie volte, rimango sempre stupito di tale energia, fino a che esausto, riesco ad avvicinarlo ad un paio di metri, con una scodata e spruzzi d'acqua fa l'ultimo salto, vedo l'artificiale staccarsi dall'interno della bocca, ma fortunatamente far presa con un singolo amo sul lato della mandibola, ho quasi il timore di averlo perso, ma oramai è vinto, è arreso e stanco, lo imbarchiamo. Juan mi guarda felice, mi sento frastornato, la gioia è immensa.
Il peso? Non lo so, dalla guida stimato oltre le trenta libre.
Sono i dorado più grossi pescati in questi giorni.


La Tigre nascosta
Scaricata l'adrenalina sento il mio avambraccio destro cedere con una sensazione di calore, è d'obbligo una pausa.
Ridiamo e scherziamo come dei bambini, ci spruzziamo la birra addosso, parliamo di donne, di pesca, di caccia, la lingua non è un problema, le stesse passioni accomunano i popoli.
Ci rimettiamo in pesca, a dire il vero molto rilassati e soddisfatti.
Ignaro il sottoscritto ancora non sapeva cosa l'aspettava.
Con la barca a tutto motore risaliamo una rapida, con una bella lama a monte che si distende per un paio di km., fino al piede di un'isola enorme che taglia il fiume, a distanza s'intravede un'altra rapida più violenta buttarsi in un fondale, costeggiata da grandi rocce di basalto con il loro colore rossastro.
L'abboccata mi arriva con una botta tremenda, quasi mi strappa la canna di mano, il trecciato del 25 sibila ad una velocità impressionante, aspettiamo di vedere il salto da un momento all'altro, ma niente, non esce. La guida sentenzia "Muy Grande" e invece di inseguire il pesce a valle, parte in accelerata verso monte facendomi cenno di recuperare veloce, lo guardo allibito pensando sia matto, altro che matto, in pochi secondi mi ritrovo il pesce a monte, che mi porta via lenza con la frizione quasi tutta chiusa e noi lo inseguiamo con la barca a manetta contro corrente, il bestione non salta e non accenna a farsi vedere, per un momento ho il dubbio di aver agganciato, invece di un pesce, un evinrude da 15 cv. Siamo arrivati al fondalone con anfratti e rocce, prima di una rapida, a quasi un paio di km a monte di dove l'ho agganciato, il bestione non cede, riesco ad averlo sotto barca ma incollato sul fondo, la guida mi guarda e mi fa cenno di forzare urlando "roccia roccia"; forzo e chiudo la frizione al massimo, il bestione riparte e non c'è verso di tenerlo… Patatrac, la lenza si schianta…
La guida eleva le braccia al cielo con un gesto sconsolato ripetendo "roccia". Sicuramente conosce bene il posto, sa già dove vanno a parare i dorado più tosti. Il rammarico è non aver potuto vedere la tigre nascosta…


Nandù e Tucani
Visto che abbiamo sempre pescato dalla barca, propongo di dirigere la prua verso una lingua di terra dall'aspetto selvaggio, approdare e provare una battuta dalla riva. Non esiste una spiegazione logica del perché di una simile decisione, ma il Rio Paranà mi ha stregato, la ricca vegetazione subtropicale fa da contorno al fiume, quando sei convinto di vedere l'altra sponda alla fine scopri che è una grande isola, al di là di questo dedalo di canali, la vera sponda opposta appartiene al Paraguay; in alcuni tratti il fiume è largo più di 20 km, le dimensioni sono sbalorditive.
Juan con il suo viso sornione, sentenzia "Ok amigo, ma guidado" (ok amico, ma attenzione).
Conoscendo il tipo, che la sa più lunga del sottoscritto, gli chiedo delucidazioni.
Juan parte con il suo dialetto misto spagnolo "casteggiano"(non capendoci molto a dire il vero) inizia un elenco di pericoli tipici nell'aggirarsi in zone cosi selvagge. Due cose però le ho capite, serpenti, tanti, di vari tipi e velenosi, per il resto, incontri con nandù (grosso struzzo sud americano) da prendere con le molle (tirano zampate pericolose) e nelle lagune e rientranze la presenza di "yacare" (alligator argentini) più un altro elenco che spazia dai vegetali, insetti e mammiferi.
Insomma vi è da stare allegri, direi non proprio come una passeggiata sull' Adda...
Poco male, la curiosità e il fascino del posto è tale che con Juan c'inoltriamo nella vegetazione, la guida di pesca ci guarda e con l'indice si tocca la tempia, un'espressione del tipo "todos locos" (tutti matti), si tira fuori il suo bel thermos con acqua calda e inizia a prepararsi un "mate" (tipica bevanda ad infuso argentina), bello spaparanzato sulla barca, sentenzia "tranchillos amigos y espera a chi".
I colori, i suoni, i profumi, sono inebrianti; decido per una breve escursione armato solo di macchina fotografica.


Avanziamo per qualche centinaio di metri e a pochi passi un cespuglio enorme si anima di colpo, a momenti mi viene un infarto, si erge un nandù dalla sua covata e se la defila veloce fra la vegetazione. E' enorme. Rimango paralizzato, mi coglie alla sprovvista e non penso neanche a scattare una foto, con il cuore e pulsazioni a mille avanzo e individuo la covata, le contiamo, sono 31 uova enormi; con uno solo di quelli ci si potrebbe fare una maxi frittata, Juan nella conta nota un uovo più piccolo degli altri e mi spiega che indica la fine della deposizione e l'inizio della cova. Un po' più calmo penso a quel nandù, nascosto nella giungla, l'idea di ritrovarmi faccia a faccia con quel tacchino gigante stile bip bip, magari infuriato e pronto a riprendersi cura della sua futura prole, non mi alletta molto.
Faccio alcune foto e si prosegue, la vegetazione è sempre più fitta, si guarda bene sempre a dove si mettono i piedi, indosso delle scarpe da tennis basse e leggere e oltre al pericolo serpenti, il terreno è disseminato da piccole agave (piante con punte acuminate), infilarsene una nel polpaccio è alquanto doloroso, neanche una cinquantina di metri e altra sorpresa. Una dozzina di piccoli nandù mi sfrecciano da sotto i piedi, ed io da incosciente senza pensarci ne agguanto uno, come sia riuscito a farlo ancora me lo chiedo, sono velocissimi, sono bellissimi e a differenza dei genitori incutono sicuramente meno timore, altre foto e via. Al nostro passaggio, miriadi di uccelli si alzano in volo, pappagalli multicolori e altri di cui non conosco la specie. Emettendo suoni, fischi e versi più disparati, lasciatemi gasare mi sento un misto fra un esploratore e tarzan, sapevo della zona di Corrientes, la sua fitta foresta tropicale come di un paradiso, una delle zone migliori del continente per ammirare la fauna selvatica, ma il tutto in una così breve escursione supera di molto le mie aspettative.
Si è fatto tardi, è già passata più di un'ora.
"Dorado" esclama Juan, come per farmi capire che è ora di tornare al fiume, i dorado ci aspettano…
Il ritorno mi sembra più lungo, senza accorgercene ci siamo addentrati parecchio, facile perdersi in simili posti. Prima di attraversare l'ultimo baluardo di vegetazione che ci separa dal fiume, vedo un tucano in volo, poi, posarsi su un albero.
Mi guarda, muove il suo grande becco giallo, sembra mi saluti, forse sa anche lui che oggi è il mio ultimo giorno di pesca in Argentina.

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