| ARTIFICIALI ATTREZZATURA TECNICA FOCUS RACCONTI REPORTS TEST CATTURE MICOLOGIA NATURA MUSICA VINI E GOLOSITA' LINKS |
![]() |
![]() |
![]() |
Con la pubblicazione di un apposito articolo sulla rivista Pescare, nel numero di marzo 2010, è nato ufficialmente un nuovo sistema di pesca, che permette ai pescatori a spinning di potere utilizzare con profitto vere mosche secche. Tutto ciò senza che si abbisogni di orpelli o strumenti esterni vari, bensì della sola attrezzatura da lancio. Riporto di seguito uno stralcio dell’articolo in questione.
Della pesca a mosca con la coda di topo, ho sempre ammirato, se non invidiato, la possibilità di pescare in torrente con artificiali galleggianti, le cosiddette dry flies.
I rotantini, da tempo, non mi regalano più l’emozione iniziale. Anche i minnows, così come i piccoli cranks, i mini-grubs e la marea di siliconici collegati, non mi appagano più. Il tarlo delle moschette galleggianti mi ha ormai conquistato.
E visto che mi appassionano le “mission impossible”, per togliermi il dente, dovevo a tutti costi provare a lanciare le mosche secche con l’attrezzatura da spinning! Sì… più facile a dirsi che a farsi…
I primi tentativi li compii con una palmer che mi sembrava un po’ più pesante delle altre. Infatti, invece che a due metri, arrivava a tre.
Ecco che i pochi amici pescatori a cui confidai l’insana mia intenzione, in coro mi consigliarono, ovviamente, di prendermi una bella cannetta da mosca con relativo mulinello, perché se da secoli si usa quell’attrezzatura, “ci sarà pure un motivo”.
A quelli rispondevo che sono quarant’anni che pesco solo a spinning, il che escludeva decisamente tale opzione. In più, sono sempre stato convinto che l’importante non è prendere pesci, ma il prenderli come vuoi tu. E io volevo assolutamente prendere trote con la mosca, sì, ma usando la classica attrezzatura da lancio.
D’altronde, come ci sono moschisti che usano la coda di topo con esche che si possono adoperare tranquillamente a spinning, perché io non potrei fare il contrario? Sotto con lo spinfly, allora! Ma tre metri erano troppo pochi…
Un paio di anni fa ero a pesca di farione in una bellissima e nota risorgiva austriaca, dove conobbi un moschista veneziano con il quale intrapresi una simpatica discussione che riguardava proprio tutto quanto vi ho raccontato finora. Rovistai nella sua scatoletta porta mosche e la mia attenzione si soffermò su di un modello che, essendo più grandicello degli altri, si poteva prestare a un altro mio esperimento.
Era un Muddler minnow, montato più o meno sull’amo del 2 o del 4. Lo montai (avevo in bobina un trecciato dello 0,15) e, sorpresa fra le sorprese, si riusciva a lanciare a “ben” sette o otto metri!
Infatti, le bellissimo fario della risorgiva apprezzarono a tal punto da focalizzare definitivamente la mia attenzione sulla concreta possibilità di poter lanciare a distanza utile una classica dry fly, consapevole che l’impresa, mai tentata da alcuno, era piena zeppa di ostacoli da superare.
Spiego meglio: il mio obiettivo era lanciare mosche secche con la canna da spinning, senza avvalersi di strumenti esterni, di accessori vari e neanche di artificiali a cui annodare a mezzo metro la moschetta. Solo filo e mosca secca. Stop.
Le prime delusioni e i primi risultati
Essendo io totalmente a digiuno di “fly tying”, cioè di costruzione, chiesi in giro, fra i miei amici moschisti, chi avesse voglia di tentare a ottenere quello che mi interessava.
Qualcuno si adoperò pure, ma rimanendo istintivamente ancorato alla tradizione PAM, i risultati non andavano nella giusta direzione, almeno quella da me desiderata. Ecco che mi si diede da provare terrestrial di ogni tipo, come calabroni, cavallette, formiche di ogni foggia, fra cui la celebre Chernobyl Ant, bruchi ecc. ecc.
No, io volevo lanciare - e pescarci pure – con Mayfly, March Brown, sedges… Cioè con le classiche mosche secche che ho sempre “invidiato” ai pescatori a mosca di torrente. Non mi rimaneva, sigh!, che imparare a costruirle io stesso.
Primo problemone da superare, i materiali: vien da sé che se uno impiega solo piume, chenille, dubbing e peli di cervidi, ottiene esattamente le mosche che da tempo immemorabile costruiscono i moschisti di tutto il mondo. Come per dire che andava cambiato proprio tutto, non solo il materiale di costruzione, ma anche la struttura delle mosche stesse, gli assemblaggi, i vari passaggi che così bene ti insegnano nei vari corsi di costruzione sparsi un po’ in tutta Italia. Infatti, convinto che non mi sarebbe servito a nulla partecipare a quelli, qualche mese fa mi lanciai, solo soletto, in un’operazione un po’ pazzoide, se non da vero esaltato!
Cominciai con l’amo del 4, consapevole che è meglio partire con grossi artificiali per poi, si spera, affinare la tecnica e realizzare mosche sempre più piccole. Prima di tutto avrei dovuto determinare quanti centesimi di grammo sarebbero serviti per ottenere una mosca pesante a sufficienza per potere essere lanciata a distanza utile. Pesai allora le dryfly classiche, su amo del 12 e del 14, che avevo in casa: il loro peso variava da 6/100 fino a 13/100 di grammo! La domanda allora diventò: chissà quanti centesimi di grammo sarebbero serviti al fine di avere fra le mani una moschetta galleggiante e, nel contempo, sufficientemente pesante da potere essere scagliata come minimo a una decina di metri?
I primi passi, neanche a dirlo, furono tragicamente deludenti. Ma la mia zucca era/è dura a sufficienza! Non demorsi e incurante degli insuccessi proseguii nel mio folle tentativo.
Il foam, già, ma non solo…
Chiedi di qua, chiedi di là, tutti mi indirizzavano verso un materiale molto noto presso i moschisti, il foam, cioè una schiuma in materiale sintetico, meglio se con celle chiuse, che viene impiegato da tantissimo tempo per la costruzione dei vari terrestrials. Andai in un grande negozio ad acquistare fogli di foam di diversi colori e, soprattutto di diverso spessore: 2 mm, 1 mm e un tipo ancora più sottile denominato micro thin foam.
Però il foam è leggerissimo… invece io necessitavo di contrappesi, sì, ma anche di peso nudo e crudo!
Allora presi del filo di piombo di diametro finissimo (da 0,15 a 0,35 mm a seconda dei casi) e incominciai ad avvolgerlo sul gambo dell’amo. Una volta applicato il piombo, pesavo il tutto con la bilancina elettronica digitale e aggiungevo foam fino a che il mostriciattolo ottenuto non rimanesse a galla.
A seconda dello spessore e della quantità di foam impiegato, l’optimum si otteneva dai 60 centesimi di grammo ai 90/100. Vale a dire, quasi un grammo. Giunse allora il momento della successiva domanda: basterà tale peso a raggiungere distanze che possano regalare catture in un normale torrente?
La manna del trecciatino
Parlando con Renzo Della Valle, che tutti voi conoscete bene, risultava esistere un trecciatino finissimo, addirittura dello 0,038! Una vera manna per me! Si tratta del Fireline Competition, per la verità ancora abbastanza raro da trovare nei negozi. Con questo filo ho recuperato trote vicine al chilo, per giunta iridee e in piena corrente. Insomma, si tratta di un filo che ti dà una certa sicurezza anche con esemplari di mole. L’unico accorgimento davvero utile è quello che prevede l’impiego del nodo uni doppiato, detto anche a doppia spirale o anche nodo alla Cotta Ramusino, ricordandosi di superare come minimo la decine di spire.
E sempre con questo trecciatino i miei mostri galleggianti si potevano finalmente lanciare oltre i dieci metri!
Piccolo è bello
Ma l’amo del 4 è troppo grosso…. Bene, allora, piano piano, step by step, sono prima passato a quello del 6, poi a quello dell’8, a quello del 10 e infine (per ora) a quello del 12. Pensai che al diminuire delle dimensioni dell’amo dovesse corrispondere una riduzione anche del peso delle moschette… Vero, ma sta di fatto che un artificiale più piccolo è più aerodinamico, il che si traduceva in minima perdita di distanza, anche raffrontando una mosca costruita sull’amo del 6 e la stessa assemblata sull’amo del 12.
A torta finita, ora ho fra le mani mosche secche che, usando lo 0,038, si possono lanciare dai 13 ai 17 metri. Il che basta e avanza per affrontare il 99% della situazioni tipiche che riguardano la pesca delle fario dei nostri torrenti. Certo esteticamente sono migliorabili, tanto che se le confrontiamo con gli artificiali realizzati dai costruttori d’esperienza, alcuni dei quali sono dei veri e propri artisti, risulta che ho ancora moltissimo da imparare… Ma, con artificiali ancora più grossolani, ho preso un’infinità di trote, anche in acque libere e, soprattutto, alcuni cavedanoni del Naviglio Pavese, notoriamente fra i pesci più selettivi in assoluto. Per cui, per ora, mi accontento.
Bene, lo spinfly è ufficialmente partito. Anche se, precisiamolo, siamo solo all’inizio.
indice tecnica
ARTIFICIALI ATTREZZATURA TECNICA FOCUS RACCONTI REPORTS TEST CATTURE MICOLOGIA NATURA MUSICA VINI E GOLOSITA' LINKS